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martedì 27 settembre 2016

Ancora stranezze americane

In America Latina ci sono stati, e ci sono, presidenti saccheggiatori di beni pubblici e taglieggiatori di privati. Questa non è la stranezza, succede in tutto il mondo. Quello che è strano è invece che l’unica Presidentessa in carica sia stata destituita essendo accusata e solo accusata, senza nessuna prova a suo carico di malversazione dei fondi pubblici! Guarda caso proprio in questi tempi, giorno dopo giorno si scopre che il Presidente argentino Macrì (non profuma a N’drangheta?”) abbia aperto in Paesi ospitali conti e società off-shore che crescono col passare del tempo al potere, come l’incubo antico dell’inflazione e l’inversa proporzionalità del potere d’acquisto per il cittadino medio. Ma ripeto, la “stranezza” non è Macrì, ma Dilma Roussef.
Saltando a stranezze più leggere ce n’è una (delle tante) che mi ha colpito particolarmente a Cuba e che esiste almeno da quanto la frequento o risiedo. La coda alla fermata dei bus.
Certo non è una coda all’inglese, come tanti pinguini in attesa di tuffarsi. I passeggeri sono in ordine sparso, fino al momento dell’arrivo del veicolo, e fino ad allora che sopraggiunge chiede: “Chi è l’ultimo?” Non mi ci è voluto molto a capire che le code non sono solo per i mezzi di trasporto, ma abbastanza comuni e frequenti, praticamente ovunque e sempre si chiede: “Chi è l’ultimo?”, magari accompagnato da “dietro a chi va?”. La stranezza nella stranezza è che questo segno di educazione e rispetto, spesso, si vede soltanto nelle code.
Un tempo, ai capolinea c’erano addirittura due code: una per chi voleva viaggiare seduto, vuoi per motivi di età, salute o lunghezza del percorso da effettuare che aveva la priorità a salire sul veicolo prima della coda “in piedi”. Purtroppo le code hanno più sapore di “disciplina” che di educazione.
Si aggiunge la stranezza che dopo quasi 60 anni di Rivoluzione che indubbiamente ha fatto, con i mezzi a disposizione, cose molto grandi e importanti per elevare il livello di vita dei meno abbienti (a scapito dei poveri ricchi), sia riuscita ad ottenere. Purtroppo in quello che riguarda l’educazione formale che non dipende dal “bloqueo” o dall’economia. Oltre alle code disciplinate è rimasta la precedenza alle puerpere, invalidi o persone molto anziane. Si sta perdendo, non ancora del tutto. l’offerta di sedersi ai meno giovani sui mezzi di trasporto.
La gioventù, come in tutto il mondo, è divisa tra “diligenti” e “monelli” (non solo giovani). Purtroppo anche se forse sono meno (non li ho contati) i secondi sono certamente più visibili e udibili dei primi. Girare per i quartieri periferici dell’Avana assomiglia alla Napoli del dopoguerra. Magari con un po’ meno di microcriminalità, ma con tanta mancanza di rispetto comportamentale e verbale. La vedo come stranezza perché questi adolescenti o giovanissimi sono figli e nipoti di persone nate e cresciute nello spirito della Rivoluzione che forse per crescere in fretta economicamente, ha trascurato di seguire con più attenzione i valori che si formano nelle famiglie. Sicuramente la scuola non basta. In nessun posto.
Ma per chiudere in maniera meno drammatica, ricordo una stranezza tipicamente cubana che ormai non c’è più: la Posada, sostituita dai moderni affittacamere. In Spagna e nel resto dell’America Latina “Posada” è sinonimo di “Pensione” o “Ostello”, insomma qualcosa che deriva dagli antichi Alberghi di Posta per le diligenze o i cavalcanti. A Cuba la scomparsa “Posada” era invece un Albergo a ore per coppie clandestine o anche no, ma che non potevano avere sufficiente intimità per la numerosa coabitazione. Naturalmente anche per la frequentazione delle Posadas vigeva la norma della coda. In genere erano situate in edifici con grandi giardini attrezzati di tavolini e sedie per l’attesa. Pagamento in pesos cubani giacché non esistevano CUC e i dollari earno vietati. Naturalmente a volte potevano succedere scene boccaccesche quando vi si incrociavono del “lui” con differenti “lei”, per fortuna non era frequente. L’Avana era piena di Posadas. Il bello di questi posti era la massima discrezione (dopo l’attesa in giardino): nessun dipendente veniva in contatto visivo coi clienti. Al momento opportuno suonava un telefono accanto alla porta dell’edificio e chi era di turno sollevava il ricevitore dove una voce gli indicava il numero della stanza. Una volta dentro ci si trovava nel surrealismo contraddittorio di quest’ampia area geografica: il pavimento era quasi una palude di fango, un mimimo di arredamento per gli abiti, ma un letto con un lenzuolo e due cuscini dal bianco abbagliante, mai visto nemmeno nei migliori spot televisivi occidentali. Adagiati sul letto due asciugamani, non bianchi, ma pure molto puliti, mentre ai piedi c’erano due paia di spaventose ciabatte di plastica  per navigare nella fanghiglia in direzione del bagno con (poca) acqua a disposizione. Un rustico comodino sosteneva un telefono, senza disco, sollevando il quale rispondeva il  “servicio habitaciones” che una volta ricevuta l’ordinazione, nella quale non c’era molta scelta, faceva portare quanto richiesto da un cameriere che bussava discretamente e posava il tutto in una specie di “ruota dei miracoli” ricavata da una finestrella cieca nel muro a fianco della porta. Facendo ruotare la medesima, si ritirava quanto richiesto e si depositava il pagamento dovuto.
Se dovessi far una classifica di popolarità direi che la più famosa era quella di 11 y 24, proprio nella parte posteriore di quella che oggi è “La Fabrica del Arte Cubano”. Dopo si aggiunsero le due “Eden” quella de “arriba” e quella de “abajo” che si fronteggiavano, ma essendo fuori città, sul raccordo che porta all’Autopista Nacional, erano raggiungibili solo dai privilegiati che avessero un’automobile. Praticamente erano strutturate come motel e anch’esse raggiunsero un buon grado di popolarità e affluenza.

Nostalgia? Forse. Ad ogni modo oggi questo tipo di servizio è decisamente molto più caro e in CUC. Naturalmente pulizia e trattamento hanno il loro prezzo.

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